Visualizzazione post con etichetta Romanzo biografico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Romanzo biografico. Mostra tutti i post

venerdì 10 maggio 2013

Cosette Miserabili


Cap. VI
Mi si apre l’intelletto

L’indomani della visita del dottore dopo il rito delle abluzioni mattutine e l’infinita meditazione terroristica sull’inutilità della vita e sulla morte forse imminente, all’uscita dalla Cappella una monaca in malo modo mi prese per un braccio: “ehi, tu vieni con me” e mi trascinò in cucina.
Le altre piccole infelici, ma felici nella loro incoscienza, capirono subito che era arrivato il mio turno per il purgante che periodicamente davano alle orfane.
“l’olio di ricino, l’olio di ricino, olio di ricino …, “
e tutte in coro a strillare, saltare e ridere. Io come una sciocca non capivo niente, avevo paura, ma non volevo farlo vedere.
“vado a prendere una molletta”
“no, le stringo io il naso”
“ci vuole la molletta, la molletta”
“stringetele il naso, il naso “
e come calabroni impazziti mi gironzolavano attorno, danzando con le mani al cielo, stringendo fra le dita mollette di legno per il bucato, di tutte le dimensioni.
Decisi di restare fredda e ferma, piccola Pietra dura nell’attesa degli eventi. Pur essendo una miniatura di donna, capivo che era perfettamente inutile ribellarsi: io ero mezza spanna e loro gigantesse alte, forti e gelide come iceberg.
Una monaca dal viso intagliato nel ghiaccio e gli occhi gelidi mi porse un bicchiere colmo di qualcosa di viscido.
“Prendi e bevi, se non lo fai da sola sarò costretta a metterti una molletta sul naso così dovrai per forza aprire la bocca per respirare, e allora te lo faccio ingoiare a forza.
Se ti ribelli ti teniamo in due ferma e oltre la molletta useremo l’imbuto.”
Non avevo capito un accidenti del lungo discorso, tranne le parole “prendi e bevi”
Le altre ricoverate invece avevano capito benissimo e fremevano dal desiderio di vedere lo spettacolo di una bimba che urlava scalciando e  delle monache che la tenevano ferma con la molletta sul naso per impedirle di respirare.
Non volli dar sazio ne’ alle monache ne’ alle gazze impazzite e urlanti che non aspettavano altro che di divertirsi alle mie spalle, presi il bicchiere e come una piccola Socrate bevvi la mia cicuta cioè l’olio di ricino senza fiatare.
Mi venne da vomitare e vidi la delusione negli occhi di tutte. Ad una ad una sciamarono, restai io sola con dei terribili crampi allo stomaco; corsi in bagno e non mi potei più alzare.
Non so’, suppongo  abbiano sbagliato dose per eccesso, fatto sta che ebbi delle scariche fortissime di diarrea che pareva non volesse finire mai.
Restai seduta sul water torcendomi dal dolore e sudando fredda.
Non so per quante ore restai lì, credo d’essere svenuta, finché senti una voce amica: era il Dottor Costante chiamato d’urgenza dalle monache impaurite dal mio stato: forse pensarono che stessi per morire.
Il dottore che fortunatamente quel giorno non era a caccia, mi consolò e mi diede un farmaco miracoloso che mi fece sentire subito meglio; poi proibì categoricamente alle monache di dare alle bimbe e specificatamente a me, l’olio di ricino come purgante o lassativo.
Lasciò inoltre una busta con diversi farmaci ricostituenti a base di ferro, vitamine e altro.
Per i miei problemi di stitichezza mi prescrisse un cucchiaino d’olio di mandorle dolci da prendere la sere prima d’andare a letto.
In quel periodo la Mutua passava quasi tutti i farmaci, ma non a me perché mio padre aveva cambiato paese e residenza e mi avevano cancellata dal suo stato di famiglia.
Io risultavo solo residente a Kars, ma non ero a carico di nessuno.
Iniziai la cura ricostituente: sciroppi dolci e amari, buonissime pillole multi colorate di vitamine, piccole boccette alle quali premendo il tappo scendeva una polverina  e che poi dopo averle agitate si bevevano, erano buone: sapevano di fragole.
Dopo qualche giorno cominciai a star meglio, ma ancora cadevo ogni due tre passi, ero magrissima e non avevo la forza ne’ fisica ne’ psicologica di reggermi in piedi.
Nel giorno del trigesimo della morte di mamma venne a trovarmi la sua amica del cuore, Tessy.
Quando mi vide quasi non mi riconobbe, si mise a piangere e prendendomi in braccio recitò sotto voce questa poesia.
“Esso nacque, sua madre morì.
La morte per il suo cammino
com'è distratta a volte
dimenticò di prendere il bambino.
Un anno dopo il padre
riprese moglie, e il bimbo
aveva torto d'esserci…” da “Pierino” (Il nonno e il nipotino) di G.Pascoli
Ascoltai attentamente e le dissi “ancora”, e poi di nuovo “ancora”, non so quante volte Tessy mi ripeté piangendo la poesia di Pascoli; poi pretesi che me la spiegasse e man mano che lei parlava una grande luce illuminava la mia mente.
Mi si aprì l’intelletto quasi istantaneamente, come se avessi ricevuta una gran botta in testa e ricordi e visioni emersero con prepotenza.
Come in un film rividi e rivissi il giorno della morte di mamma, ora mi era tutto chiaro: mamma non sarebbe tornata mai più, non si sarebbe svegliata, non poteva, era inutile aspettarla …!
Scoppiai in un pianto disperato, infinito, inconsolabile .
Contemporaneamente capii la differenza tra la vita e la morte, io ero ancora viva, mi pizzicavo ed ero certa d’essere VIVA, ed ero contenta di non essere morta con la mamma, poi inorridivo del mio pensiero, e volevo essere anch’io morta, e mi tormentavo perché realmente non volevo morire, e mi sentivo cattiva, cattivissima … una bimba senza cuore che non vuole stare accanto a sua madre!
E singhiozzavo forte, un singhiozzo lungo, lamentoso.
Tessy piangeva con me, alla fine disse:
“andiamo a trovare la mamma”
Con il consenso della Superiora Tessy mi prese in braccio, visto che non avevo la forza fisica di camminare, e uscimmo.
Guardai il paese e le strade con gli occhi appannati dalle lacrime, ancora avevo dei singulti di pianto. Mi parve tutto diverso: piccolo, polveroso, con vecchi annoiati e soli, con lo sguardo vuoto e sperduto intenti a guardare ricordi lontani … stavano seduti davanti la porta; capii che attendevano la morte.
Non incontrammo bambini: erano tutti a scuola.
Il paese sonnecchiava.
Tutti quelli che incontrammo si fermarono per una carezza e per spettegolare con la buona Tessy.
Passammo dal Corso Matteotti, il Gran Bazar era sempre lì, ma non mi diceva nulla; non mi parve più così grande, ma piccolo e stupido.
Tessy si fermò a comprare delle leccornie, li accettai dietro sue insistenze, ma non ne toccai una, tenevo il sacchetto fermo in una mano assolutamente indifferente al suo contenuto.
Facemmo un’altra sosta dal fioraio, Tessy comprò un meraviglioso mazzo di rose bianche e rosa; “queste li portiamo alla tua mamma”
Non capivo: mamma era morta o no?! Se le regaliamo le rose, allora è viva …!
Un lumicino di speranza si aprì nella mia anima.
Arrivammo al Cimitero, non ero mai entrata in un posto simile.
Sgranai gli occhi guardando attentamente ogni cosa: Cappelle, viali curati con tanti fiori, angeli dolenti, puttini, madri lacrimose …
Credevo che mamma si fosse trasferita in una di quelle cappelle che somigliavano tanto a delle piccole casette; quale non fu la mia delusione nel vedere che Tessy imboccò un viale dove non c’erano Cappelle o statue, ma semplici tumuli di terra con una croce e il nome sopra.
Mamma, la fanciulla più bella e ricca del paese, era stata seppellita nei loculi riservato ai poveri …!
“Perché … perché … perché …?” Chiedevo piangendo.
“Tuo padre se n’è andato subito dopo il funerale, forse non avevate una tomba e in quella di famiglia, cioè di tuo nonno, non si è potuta seppellire perché tua zia Marella e zio Maso non hanno dato il permesso. Il Comune l’ha fatta mettere qui, nei loculi riservato agli indigenti.”
Non avevo capito bene tutto il discorso, ad eccezione che mamma era lì.
Scoppiai di nuovo in un pianto inconsolabile.
Guardavo la terra e tremavo. S’era d’ottobre e già faceva freddo. Mi angosciai pensando che mamma sarebbe di nuovo morta, di freddo, lì sotto; dovevo assolutamente portare una coperta per lei, non potevo lasciarla così … e continuavo a lacrimare.
Coprimmo il piccolo loculo di mamma di rose e verde, ora sembrava più bello.
Al ritorno passammo di nuovo davanti a tutte le belle cappelle, mi colpì particolarmente una, ricca di colonnine e ghirigori, era maestosa! Feci cenno a Tessy perché anche lei la guardasse:
“la mamma non deve stare sotto terra, la voglio mettere lì “
“Piccolina, quella è la tomba dei Principi Lanza, ci vogliono un sacco di soldi per farne una simile”
Era il giorno delle lacrime, scoppiai di nuovo in pianto:
“ma non può restare lì, non può, fa freddo e quando piove si bagna. La dobbiamo togliere da lì.”
Dalla morte della mamma, dopo il mio pianto inconsolabile mentre era ancora a casa nella bara,  non avevo versato una lacrima, non volevo dar sazio alle bimbe dell’orfanotrofio e alle monache, ma quel giorno ne versai così tante da prosciugarmi.
La dolce amica di mamma cercava di consolarmi come meglio poteva con baci e carezze, eravamo entrambe in un mare di lacrime, mi posò per terra per cercare dei fazzoletti; in un attimo raccolsi tutte le mie forze e scappai svelta come una leprotta.
Tornai da mamma abbracciando le rose, le spine e la terra.
Dopo qualche attimo Tessy si accorse della mia assenza, la poverina si disperò cercandomi dappertutto, finché non si decise a tornare da mamma e lì mi trovò: piccola figlia dell’aria, dei fiori del cielo, sola col suo dolore.
Più in là seduto su una lapide il vecchio custode gobbo, piangeva.
Fece cenno alla ragazza di lasciarmi sfogare.
Non so quanto tempo restai lì, finché non mi sentii spossata senza più la forza di versare una lacrima.
Tessy mi prese dolcemente in braccio ed io promisi a mamma:
“Ti comprerò una bella tomba, lavorerò e i primi soldi guadagnati saranno per te.”
“Piccolina, ne hai da mangiare pane prima di realizzare il tuo sogno!”
“Perché, perché …?”
“Prima devi crescere, studiare, lavorare … campa cavallo, che l’erba cresce!” e fra se aggiunse: “Se la trovi ancora qui.”
Chissà perché generalmente gli adulti dicono forte i loro pensieri davanti ai bambini, convinti che questi non capiscono nulla. Di certo questi adulti hanno dimenticata la loro infanzia.
Io non ho dimenticata la mia e posso garantire che i piccoli capiscono molto più di quel che si crede.
Avevo capito benissimo che dovevo crescere e studiare per poter lavorare. Invece non mi era chiaro il senso di “se la trovi ancora qui”
Tormentai Tessy per farmi spiegare cosa volesse dire.
“Per ora non puoi capirlo, un giorno te lo dirò”
Decisi di non insistere, avrei da sola fatto le mie indagini. Mamma, il dottor Costante e Tessy mi avevano sempre trattata da ‘persona’ piccola sì, ma capace di intendere e avevano sempre risposto alle mie domande con verità; invece per mio padre, zia Marella ed altri grandi sapienti, come tutti i bambini ero solo una mocciosetta fastidiosa.
Alla prima occasione avrei chiesto al Dottore.
Di ritorno all’Orfanotrofio, l’amica di mamma disse:
“passiamo a salutare i tuoi zii”
Zio Maso aveva ereditato dal nonno la passione per la caccia e la pesca, infatti non lo trovammo.
Zia Marella era davanti la sua porta che spettegolava con una vicina, le corsi incontro; lei quando mi vide si precipitò in casa e mi chiuse la porta in faccia.
Non capivo ancora certe sfaccettature dell’animo umano adulto. Nella mia semplicità credevo non m’avesse vista e cercai di bussare.
Tessy mi tirò dolcemente indietro dicendo: “lasciamo perdere.”
Da allora ogni volta che zia Marella mi vedeva, fin quando restò a Kars, o si girava dall’altra parte o cambiava strada, o  chiudeva di scatto la porta .non appena mi avvicinavo,
Poi conobbe un funzionario australiano, venuto dal suo Paese per scopi culturali, si innamorarono, sposarono e zia partì per l’Australia.
Prima di partire il Dottor Costante chiese alla Superiora: “mi dia la bimba, mi sembra giusto che saluti la zia prima della sua partenza, sono certo che non la rivedrà più”
Uscii col caro medico, ma non rividi la zia nemmeno quella volta. Quando bussammo, aprì nel riconoscere il dottore dall’occhialino, ma non appena mi vide si ritrasse e ci chiuse la porta in faccia.
E questo episodio che mi ferì molto, lo ricordo benissimo.
Non ho mai capito perché zia Marella ce l’avesse tanto con me: che torto le avevo fatto?!
Ero troppo piccola per poter offendere a morte qualcuno …!
Questi ricordi ancor oggi mi amareggiano.
Il Dottor Costante vide la delusione nei miei occhi; mi portò a casa sua e Donna Eleonora mi offrì cioccolata calda, zuccherini, biscotti e una vecchia bomboniera che a me parve bellissima.
Il ritorno all’orfanotrofio, che avrei voluto non arrivasse mai, lo feci sulle braccia della moglie del medico, questi camminava accanto a noi e ogni tanto mi accarezzava i capelli.
Mi presi di coraggio e gli dissi: “Tessy dice che non trovo più mamma lì”
“lì, dove?”
“Lì, sotto la terra, io voglio studiare e lavorare, devo comprare una bella tomba alla mamma, ma Tessy dice: ‘se la trovi’ … perché?”
Il dottore da persona onesta e giusta, mi rispose con verità; con parole semplici sì, ma con verità.
“Vuol dire che se per dieci anni nessuno toglie i loro morti dalla terra, il Comune li mette nell’ossario”
“che cos’è?”
“ è una fossa comune, un posto dove mettono tutti i poveri morti che non hanno una tomba”
“tutti assieme?”
“si tutti assieme”
“io comprerò la tomba alla mamma. Giuro.”
Mi guardò con pena, sua moglie aveva gli occhi rossi.
“Se entro dieci anni non riesci a raccogliere i soldi, andiamo al Municipio e chiederemo una proroga. Te lo prometto. Si può fare.”
Riuscii ad onorare la promessa – giuramento fatto a mamma dopo dodici anni circa, naturalmente chiedendo una proroga al Comune.
Non spendevo un soldino per me e tutti quelli che recuperavo da qualche parente o benefattore, lo conservavo custodendolo gelosamente; li contavo ma erano sempre troppo pochi.
La Superiora rideva sarcastica: “che vuoi farne? Non bastano nemmeno per le caramelle!”
A suo tempo racconterò come riuscii da sola a comprare una tomba decorosa a mamma


giovedì 12 agosto 2010

Cosette Miserabili - Cap. IV°


Fra i figli dei morti

Rivivo ancora l'angoscia quando persone sconosciute vennero a prendermi; c'era la mamma col suo vestito della festa che dormiva su quel bislacco letto, coperta di fiori e con tante luci attorno; sembrava la Vergine nella sua ‘dormitio’; io che le giravo intorno piangendo: 'svegliati, svegliati...'
Era tutto così strano e per la mia mente piccolina difficile da capire.
Ero sola fra i dolenti.
Cercavo un volto amico.
Il dottor Costante terreo, stava inchiodato al suolo come un'avvilita statua. Non si accorse di me.
Mi avvicinai a zia Marella, ma mi fulminò con uno sguardo minaccioso.
Pur mezza accecata dalle lacrime e dalle luci mi accorsi con stupore che mia zia e le prefiche ladre si erano ingrassate smisuratamente come per magia: da una S erano diventate una tripla XXXL, si muovevano lentamente con precauzione continuando a fare il loro ipocrito doloroso lamento.
In seguito seppi dalla dolce amica di mamma, che le prefiche erano diventata di botto così obese, perché sotto le gonne e nei corpetti si erano imbottite di tutto il corredo di mamma.
Nessuno mi vedeva, ma loro sì, e se mi azzardavo a guardarle il loro volto si faceva minaccioso.
Non permisero alla povera Tessy di entrare, e lei distrutta e disperata mi guardava da lontano.
Provai un senso di smarrimento e abbandono totale.
Continuai a girare attorno alla mamma tirandole le mani e invocandola di svegliarsi.
Volevo uscire dal mio incubo e dalla desolazione che mi sommergeva.
Qualcuno si avvicinò a me e iniziai a strillare disperata: nessuno doveva toccarmi!
Solo le braccia di mio padre mi calmarono, finché mi addormentai e mi adagiò nella mia piccola cuna.
Mi svegliai sentendo di nuovo pianti e singhiozzi ancora più forti degli strascicati lamenti che graffiavano l'anima.
Mi aggrappai alle colonnine della culla cercando di capire cosa stesse succedendo: vidi mamma sempre addormentata, che se la stavano portando; misero un coperchio a quell’odioso e strano letto dal quale non si alzava.
Mamma fu chiusa con i chiodi e restò prigioniera nella sua brutta scatola..
E via.
Poi vennero da me, ma ero diventata una piccola statua di pietra con la forza di un Sansone: nessuno riuscì a strapparmi dalla culla.
Così dalla casa uscirono due cortei: uno con la bara di mia madre verso la Chiesa; e l'altro con una piccola culla di legno intagliato con me dentro assieme ad una bella trottola colorata, verso l'orfanotrofio.
In seguito Tessy mi raccontò che il funerale di mamma Rosellina fu un’apoteosi: partecipò tutto il paese, piangevano tutti, anche i sassi, non si sentiva un alito nell’aria: i passeri si zittirono e gli agnelli smisero di belare.
Celebrarono il sacro rito dei defunti tre Alti Prelati, c’era il coro e la banda del paese.
Qualcuno attorno alla bara vide degli Angeli piangere.
Fu visto anche il farmacista Saro Melilli, ex fidanzato di mamma, vestito a lutto stretto, nascosto dietro l’ultima colonna della Chiesa, e … pianse tutto il tempo!
Al ritorno dal cimitero il primo fidanzato di mamma venne all’orfanotrofio e consegnò alla Superiora quattro foto di mia madre, chiedendole di custodirle gelosamente e darle a me e alla mia sorellina se fosse sopravvissuta, quando fossimo più grandicelle.
Ad onor del vero la Superiora me li consegnò il giorno della mia Cresima, avevo nove anni non compiuti, e pur essendo ancora piccola, ero una donnina assennata e le custodii gelosamente. D’allora sono sempre con me; e meno male che l’innamoratissimo farmacista ci diede queste foto, sono le uniche in mio possesso, perché purtroppo dopo il secondo matrimonio di mio padre avvenuto tre mesi dopo la morte di Rosellina, scomparvero tutte le foto di mamma, comprese quelle fatte con me.
Anche le mie foto di bimba piccina, svanirono nel nulla.
Qualche mala lingua disse che fummo bruciate vive.
Non so dopo quando tempo tornò papà, forse un'ora o due dal mio arrivo all’orfanotrofio; mi sollevò dalla culla con le sue braccia calde e forti.
"Mamma si è svegliata, si torna a casa" pensai raggiante.
Ancora non sapevo che il suo funerale s‘era concluso da qualche minuto.
Mi posò per terra e se ne andò.
Sentii il cigolio dei suoi passi che s'allontanavano.
"Dove sono?" chiedevo piangendo.
Una ragazzina dagli occhi spiritati cominciò a gridare:
"sei tra i figli dei morti" ,
"sei tra i figli dei morti"
"sei tra i figli dei morti ...”
"Non è vero..., non è vero..., non è vero!"
"Si, sei tra i figli dei morti, tutti qui siamo i figli dei morti"
e iniziò una danza macabra:
"figli dei morti, figli dei morti, figli dei morti, ... morti... morti... mortiiii... mortiiiii... mortiiiiiiii........"
L’eco mi feriva l’anima e il cuore.
Mi coprii le orecchie. Mi rifiutai di parlare, bere, mangiare..., il tempo passava e io rimasi rannicchiata nella culla cercando profumi e odori dimenticati.
Finché arrivarono due donne bruttine ed ineleganti, vestivano tutte e due allo stesso modo, mi sembrarono ridicole; una sollevò un indice lunghissimo più lungo della spada di Zorro, e mi parve volesse infilzarmi come un galletto: e, “guai a te se ti fai la pipì addosso o bagni il letto … guai, vedrai quello che ti succede”
“che mi succede?” “che mi succede?”
Ero terrorizzata.
“ti tagliano a pezzettini” mi bisbigliò una bimba.
Non bagnavo il letto e non mi facevo la pipì addosso da oltre un anno, mamma un giorno mi aveva regalato un bel vasino tutto rosa e per la pipì di notte e di giorno usavo quello; per la popò, mia madre mi sedeva sul water e mi teneva sotto le ascelle finché non finivo.
Mi spaventai così tanto che le mie funzioni naturali si bloccarono: il primo giorno non feci i miei bisogni: ne’ pipì, ne’ popò, ovviamente se ne accorsero; si avvicinò un cerbero-donna e strattonandomi per un braccio cominciò ad urlare: “ è finito il tempo che Berta filava …!”
“Che vuol dire?” chiedevo con gli occhi, troppo spaventata per parlare.
La piccola sapiente che m’aveva illuminata dicendomi che m’avrebbero tagliata a pezzetti, sussurrò mentre mi portavano via “vuol dire che qui non puoi fare quello che vuoi ‘tu’, ma qui si fa sempre quello che ‘loro’ vogliono.”
“Ora tu la fai, te lo dico io che la fai” continuava ad urlare la santa vestale; tremavo come un pulcino e di botto mi ritrovai seduta sul gabinetto e il cerbero-donna tirò lo sciacquone.
Non auguro a nessuno il terrore che si impossessò di me: mi tenni forte ai bordi, ero convinta che la monaca volesse liberarsi di me facendomi scivolare con l’acqua nella fogna., e la corrente mi avrebbe trascinata negli inferi.
Oltre lo sciacquone, di colpo per la paura si aprì anche il mio rubinetto, cominciai ad urinare e ne feci almeno un litro!
La lezione mi servì, dopo d’allora andavo da sola in bagno arrampicandomi sul gabinetto, sempre tenendomi ben forte ai bordi per il terrore di scivolarvi dentro.
Invidiavo le monache, alte, segaligne, asettiche: non le vedevo mai andare in bagno, erano sempre perfette e pulite, vere vestali di Dio! credevo fossero delle privilegiate: loro erano esenti dalle brutture e i fetori dei gabinetti: questo era un castigo del cielo riservato ai piccoli per le loro monellerie …!
Non c’era carta igienica e le piccole si pulivano alla carlona, ognuna si arrangiava come poteva; qualcuna usava gli indumenti che indossava e al suo passaggio morivano le mosche.
Ricordo che una fanciulla più grandicella, avrà avuto otto o nove anni, con molto coraggio andava nel ripostiglio e ci riforniva di vecchi giornali che religiosamente tagliavamo a pezzi e ognuna nascondeva il suo bottino da usare nella necessità. Io nascondevo gelosamente i piccoli pezzi di giornale sotto il materassino della culla, cercando di farli durare il più a lungo possibile e trattenendo l’istinto ad andare in bagno per giorni: mi si chiuse lo stomaco e divenni irrimediabilmente stitica!
Il buon medico Costante, amico del nonno col quale condivideva l’amore per la caccia e il vino, e che aveva cresciuto e curato mamma e me, di tanto in tanto veniva all’orfanotrofio. Mi rideva il cuore alla sua vista, mi prendeva in braccio e io giocavo con le sue orecchie rosse lunghe e larghe, con ciuffi di peli che gli uscivano dai fori e i bordi morbidi e pelosi rasati come prato inglese.
Restava pochi minuti e se ne andava.
Un giorno, era passato erano passate circa tre settimane dalla morte di mamma, sembrò particolarmente colpito dal mio aspetto. Mi guardava a lungo, osservandomi con pena.
Si era già accorto del mio vistoso dimagrimento: avevo perso il mio bell’appetito, ero arrivata bimba florida con le guance rosse e le gambette sode, e in meno di un mese m’ero ridotta una vecchina con la pelle penzolante che cadeva ogni due tre passi; così dopo avermi toccata le braccine magre come rami di giovane arbusti e sfiorate le dite sottili come steli di fiori, mi prese in braccio e con gli occhi lucidi disse:
“figlia mia, dove t’hanno portata?!”, era una riflessione che fece sottovoce a se stesso, ma io la intesi come domanda e gli sussurrai nel suo grande orecchio: “sono tra i figli dei morti”; fece un balzo e per poco non cascai per terra, il suo viso divenne paonazzo come le sue orecchie.
“chi ti ha detto queste corbellerie? Non è vero!”
“sì, è vero, è vero. Tutti qui siamo figli dei morti!”
E con lo sguardo gli accennai le bimbe che strepitavano, cantando il loro macabro ritornello.
Il dottore mi visitò dalla testa ai piedi, facendomi di tanto in tanto qualche domanda; poi scuotendo la testa, mi posò per terra e dopo una carezza andò a parlare con la Superiora.
Mi allontanai piano cercando rifugio nella mia culla, l’unico posto che riconoscevo e che sentivo far parte di me e del mio passato, lì cercavo il profumo della mamma e tentavo di ricordare la nenie e le fole che cullandomi mi cantava; e lì passavo la maggior parte del tempo, con le orecchie e gli occhi sgranati cercando di captare e capire ciò che succedeva intorno a me.
Fortunatamente malgrado la durezza del loro cuore, le Vestali mi lasciarono dormire nella mia culla col materassino di lana e le lenzuoline ricamate dalla mamma. Le altre bimbe dormivano su sacchi riempiti di paglia secca, solo alle più grandicelle veniva concesso il fieno.

giovedì 22 aprile 2010

Cosette Miserabili - Romanzo


Capitolo II° Parte I°

Ninna nanna di Brhams

Cantava la mamma col suo fantolino in braccio: era felice! ero la gioia del suo cuore, la sua Luce, “luce dei miei occhi, luce del mio cuore, luce della mia vita, luce dei miei giorni, luce della mia notte, …” ripeteva stringendomi al cuore.

Adattò come ninna nanna un canto natalizio di Brhams, e cullandomi fra le braccia cantava sottovoce:

“Ninna nanna mio ben riposa seren

dormi dormi così fino al sorger del dì

Quando l’alba verrà sorgerai dal lettin

se il Signor lo vorrà sorgerai o bambin.

Ninna nanna mio bel riposa seren

un angiol del ciel ti vegli fedel.

Una santa vision faccia il sol irradiar

Una dolce canzon possa i sogni cullar.

Buona notte piccin riposa carin

Riposa tranquil bambina gentil …

Alcune pie vicine, beghine col fazzoletto in testa e la corona in mano, si scandalizzarono sentendo le nenie della mamma:

“Rosellina, non devi cantare così, è eresia, fai peccato. Questa è la canzone che la Madonna cantava a Gesù Bambino, nessuno può cantarla: è riservata a Gesù e Maria.”

Piuttosto impara questa: è la ninna nanna che da sempre hanno cantato le nostre donne:

“ninna nanna ninna oh

fai la ninna, fai la oh,

picciridda do me cor

ninna nanna ninna oh.

E se tu nun voji durmiri

cauci e pugni

‘sa quantu ‘n’aviri.

E ‘naviri cincucentu

figghia d’oru

e figghia d’argentu”

Mamma rispose: “la Madonna come me ha portato in grembo Suo Figlio, come me lo ha allattato, non è mai stata gelosa di lui e del Suo canto, quindi la Sua ninna nanna è anche la mia” e nel suo cuore aggiunse “via brutte streghe ipocrite e farisee che promettete ai vostri bimbi calci e pugni se non s’addormentano subito!” ; e continuò a ninnarmi canticchiando la nenia di Natale.

Il secondo Battesimo, quello canonico, (il primo l’avevo già avuto al momento della nascita visto che stavo per morire) fu rimandato perché i miei futuri padrini, dei nababbi amici del nonno materno, erano residenti in Libia e si aspettava che venissero al paesello per il grande evento.

Parte II° - Fra una danza e una tarantella

Il nonno, da tutti riverito e onorato era conosciuto come “Don Vicenzu” abbreviazione siciliana di “Don Vincenzo” datagli dai mezzadri in segno di rispetto, era rigoroso e freddo in famiglia e con i suoi subalterni. In compenso la sua cantina traboccava d’ogni ben di Dio: salumi, formaggi, olio, legumi, fichi secchi e uva passa, conserve varie ecc., ecc.. Nonno era ricchissimo e si sentiva un semi-Dio: tutti dovevano fare il suo volere!

Nonno faceva parte dei notabili che ogni paese che si rispetti ha: il Sindaco (per l’appunto il nonno), il Canonico, il Medico, il Farmacista; questi erano l’intellighentia.!

Don Vicenzu era l’Autorità incontrastata: ricco sfondato, Epulone del suo tempo, eletto sindaco in ogni legislatura, amava la poltrona e il potere, la pensava esattamente come il famoso eterno politico italiano che dice: “il potere logora chi non ce l’ha”

Il Canonico, un metro e cinquanta di Fede e di dubbi, sembrava un birillo nero rotondetto che camminava rotolando. Era buono: ligio al suo dovere , pronto a dir messa la mattina e alle benedizioni vespertine; non si faceva pregare a correre presso i moribondi e andava in sollucheri quando celebrava matrimoni e battesimi.

Non credeva ai mistici e alle visioni, se qualcuno gli confidava d’aver visto la Madonna si innervosiva e rispondeva così : “hai fatto indigestione?!” o se l’anima eletta era troppo macilenta gli diceva: “figlio mio, fai troppi digiuni, vedi di riempirti la pancia e questi malesseri (sottinteso,visioni) passeranno.

‘Mai che un predicatore
avesse il grugno
di dire."Io non ho
per voi certezze,
ma di fragili speranze
solo un pugno". Gilberto Fanfani’

Abitava con sua sorella che adorava e con la quale condivideva il letto e le grazie. La poverina viveva come una monaca di clausura, non le fu mai permesso di fidanzarsi o di guardare un uomo: era sua e lui le bastava! Non usciva mai ad eccezione della domenica quando il buon Canonico le permetteva di partecipare alla Messa dell’alba, da lui celebrata, e seguita solo da quattro frettolosi gatti che non vedevano l’ora che finisse per correre nei campi. Durante la consacrazione, nell’ostensione della Sacra Ostia, il suo sguardo innamorato con un lungo raggio raggiungeva sua sorella, Donna Filomena, adorandola!

La messa mattutina era l’ideale per soddisfare il precetto, e la carne della sua carne era preservata da sguardi impuri e desideri licenziosi.

Il medico Costante, come già abbiamo visto era sempre irreperibile: amava la caccia e il buon vino rosso, e la sera al ‘Circolo Culturale’ non mancava per infinite giocate a carte e alzate di bicchiere.

Il farmacista Raffaele aveva l’aria dell’asceta, alto e magro, silenzioso, conosceva una sola parola ’benedicite’ che dispensava generosamente alla plebe ossequiante. Stava quasi sempre sul retro della farmacia con le sue ampolle e alambicchi a preparare miracolosi rimedi.

Questi i quattro Cavalieri del glorioso Kars da tutti riveriti ed ossequiati.

In secondo piano nel rispetto popolare venivano: il Maresciallo, il Bancario, l’Esattore, l’Assicuratore.

Per ultimi venivano gli Insegnanti.

Mia madre fu la delusione della vita di suo padre: aveva investito su di lei facendola studiare nel Collegio più prestigioso di Catania, riservato a ricche signorine figlie di buona famiglia, dove oltre la letteratura e le scienze matematiche, filosofiche e fisiche si studiava anche musica, canto, danza e buone maniere; il galateo era libro di testo!

Rientrava a casa a Natale, Pasqua e nel periodo estivo per trascorrere le vacanze in famiglia.

Nonno Vincenzo aveva promesso in sposa la sua Rosellina piccolina d’altezza, ma bella ed intelligentissima, ad un ricco farmacista di un paese vicino, più grande di lei di circa vent’anni, ma con un carattere dolce e buono e proprietario di terre, ville e appartamenti sparsi un po’ dappertutto nell’isola e su in continente.

Aveva circa tredici anni quando mamma conobbe il fidanzato scelto per lei dal padre. Cominciò a scrivergli biglietti e letterine che, come sperava il nonno dovevano essere d’amore, erano invece educate e amichevoli.

Finì con l’affezionarsi al promesso sposo, ma senza passione; passava le estati e le feste ospite dei genitori di lui nella villa di villeggiatura immersa nel verde.

Fino a diciotto anni, quando completò i suoi studi e la sua educazione nell’esclusivo collegio per ricche signorine, la sua vita trascorse serena: era una fanciulla fine, senza grilli per la testa, un gioiellino di cui essere fieri.

E il nonno lo era: l’amava totalmente, le aveva fatto da padre e da madre, visto che sua madre, cioè mia nonna, seconda moglie del nonno, era morta dandola alla luce.

Nonno non si risposò più ed ebbe per lei tutte le cure e attenzioni paterne e materne; pensò anche al corredo fatto arrivare appositamente dalla Francia e da Firenze.

Per le trine e i merletti scelse i più costosi e pregiati: il merletto d’Alençon (Francia), il Cantù e il tombolo da Venezia.

Sapienti ricamatrici creavano poi capolavori applicando le trine alla seta, al lino finissimo, al bisso.

Senza considerare le meravigliose tovaglie e i coprilètto damascati rifiniti in frivolitè o macramè.

Don Vincenzo realmente pensò a tutto, il corredo di Rosellina era l’invidia e l’ammirazione di tutte le fanciulle da marito e delle loro madri.

Quando compì diciotto anni, nonno con l’aiuto delle signore mogli dei contabili del paese, organizzò per la figlia una magnifica festa per il suo ingresso ufficiale nella società.

Naturalmente era invitato il giovane (si fa per dire, visto che aveva trentotto anni) farmacista fidanzato di Rosellina.

E …, il diavolo ci mise la coda. Quella sera fra una danza e una tarantella mamma conobbe mio padre, e fu amore a prima vista!

Prima si incontrarono i loro sguardi, poi i loro cuori palpitarono all’unisono, in fine furtivamente si unirono le labbra.

Il farmacista Melilli li guardava da lontano tormentandosi l’anima.

I due ragazzi si appartarono per presentarsi e conoscersi meglio. Mio padre era bello come un dio greco: alto (un metro e ottantadue), biondo dorato, occhi verde-azzurri, cangianti secondo il tempo e l’umore; quando si adirava le sue iridi diventavano plumbei e mandavano bagliori come un cielo in tempesta.

Mamma era una miniatura: piccola di statura (un metro e cinquantacinque circa), ma ben formata e con un ovale da madonna, sembrava una statuina di porcellana, i suoi occhi erano ambrati e i capelli castano chiari lunghi e inanellati.

Una bella coppia, niente da dire.

Flavio raccontò alla piccola Rosellina le sue avventure; già da qualche anno si trovava a Kars, giovanissimo quasi alla fine della guerra era stato chiamato alle armi, ma subito fatto prigioniero dai tedeschi e deportato in un campo di concentramento.

Vi restò per sei mesi circa patendo fame e freddo, nel frattempo con altri due italiani organizzarono la fuga che poi fortunosamente riuscì: erano terrorizzati e ad ogni minimo rumore si nascondevano nelle cunette o fra i cespugli.

Uno di loro morì per strada di fame, freddo e forse polmonite, perché scottava e aveva problemi di respirazione. Lo seppellirono alla buona e continuarono il loro cammino.

Arrivarono in Italia dopo un paio di mesi di peripezie, il suo compagno cercò subito le autorità militari, ma trovò il caos. Papà preferì tornare in Sicilia, ma nel timore d’essere accusato di diserzione, non andò da sua madre, ma venne a Kars cercando rifugio e protezione.

Era magrissimo, sporco e malconcio; nonno lo accolse come un figlio,lo fece curare e poi gli offri di lavorare per lui assieme ad altri mezzadri nelle sue tenute.

Egli accettò riconoscente e, visto che aveva studiato divenne presto ‘Amministratore’ e uomo di fiducia del nonno.

Ormai la guerra era finita da oltre tre anni in tutta Italia, ma Flavio trovandosi bene, era rimasto.

“Avevo sentito parlare di te, ma non ti avevo mai vista. Dicono che sei quasi sempre a Catania per i tuoi studi”

‘Sì, è vero, ma ora li ho completati e sono tornata per sempre’

“dicono che sei fidanzata”

‘si, è quell’uomo li in fondo; l’ha scelto papà: è farmacista.’

“lo ami?”

‘Non so … gli voglio bene. E’ molto carino con me e i suoi genitori mi adorano.’

Mamma si innamorò perdutamente di mio padre, perse letteralmente la testa per lui. Mio padre bello ed aitante era corteggiato e conteso da tutte le fanciulle, ma lui si sentì scelto e prediletto da Rosellina visto che era la figlia del suo capo, nonché sindaco del paese.

Cominciarono a frequentarsi di nascosto di tutti; Rosellina prendeva la sua bicicletta e quando sapeva che non c’era suo padre andava da Flavio.

Così per un paio d’anni. Finché suo padre decise che era ora che sua figlia andasse sposa, era sui vent’anni e gli sembrò un’età ragionevole, anche perché non voleva far invecchiare troppo il farmacista Saro Melilli.

Iniziarono i preparativi, Rosellina si disperò. Flavio senza nessun preavviso fece armi e bagagli e partì. Doppio dolore per la fanciulla. Suo padre come tutti i genitori, malgrado qualcuno chiacchierasse in paese, non s’era accorto dell’amore impossibile di sua figlia per Flavio.

Quando questi scomparve si adirò molto sentendosi tradito nella fiducia.

Rosellina sembrò impazzita: tutti i giorni correva alla fermata dell’auto sperando di vederlo comparire, guardava speranzosa tutte le macchine dei forestieri di passaggio da Kars, col desio di veder scendere Flavio, chiedeva al postino se ci fossero lettere per lei, supplicandolo eventualmente di dargliele lontano da occhi indiscreti, specialmente da quelli di suo padre … ma fu tutto inutile: Flavio sembrava scomparso nel nulla.

Mamma perse il sonno e la fame, finché dopo tre mesi d’agonia, visto che il tempo del suo matrimonio s’avvicinava e non avendo il coraggio d’affrontare suo padre e Saro il farmacista, un pomeriggio fece un colpo di testa: prese la corriera e andò a Siracusa a cercare il suo amato.

Lo trovò, la famiglia di Flavio era molto conosciuta e le indicarono subito la sua casa patrizia.

Parte III° Festa di mezza estate

Considerando il periodo in cui avvennero i fatti (inizio anni ’50) in cui l’Italia si stava riprendendo lentamente dalla guerra, ma era ancora con una mentalità bigotta e puritana pronta al giudizio e alla condanna; Rosellina dimostrò fegato e coraggio da vendere, sfidando le ire del padre e le malelingue del paese.

Flavio quando se la vide dinanzi; prima impallidì, poi arrossì di rabbia.

“E tu che ci fai qui?!”

La fanciulla si sentì ferita a morte, lo guardava interrogativamente … finché lui nel vedersela davanti così giovane, bella, innamorata e disperata si sgelò e se la strinse al cuore.

Dopo aver amoreggiato con lei senza però conoscerla biblicamente, Flavio portò Rosellina nel più bell’albergo della città, e l’indomani mattina la riaccompagnò a Kars.

Nonno era in condizioni pietose, era stato ad un pelo di un colpo apoplettico ed aveva già denunziato la scomparsa della figlia.

Nel vedersela davanti quasi si strozzò, mia madre buttandogli le braccia al collo gli disse:

“Papà lo amo, lui è mio marito.”

“Non l’ho sfiorata nemmeno con un dito, ma la amo anch’io.” Replicò lui.

Nonno Vincenzo era distrutto; informò il farmacista Saro Melilli che il fidanzamento con sua figlia era andato a monte e pretese subito dai ragazzi il matrimonio riparatore.

Così Rosellina e Flavio, dopo meno di un mese dalla ‘fuitina’ di lei, si sposarono alle 6 di mattina, senza fiori, senza canti, senza invitati, senza luci.

Questa era la punizione che la mentalità meschina dell’epoca riservava ai figli ribelli.

Ma mia madre era felice: quando entrarono in chiesa, così giovani e innamorati, le ombre si dileguarono e la loro bellezza illuminò le tetre navate della Madrice.

Nonno era troppo adirato e non organizzò nessuna banchetto di nozze per la figlia, ma la amava e le diede l’appartamento arredato e il suo prezioso corredo, quindi per smaltire la sua rabbia, armatosi d’amo ed esche andò a pescare trote e tenche al fiume Anapo che attraversava le sue tenute.

Ma non aveva fatto i conti con i notabili del paese: le loro mogli e i mezzadri con le loro donne che adoravano la piccola Rosellina e a sua insaputa organizzarono una magnifica festa banchetto in campagna nell’aia vicino la fattoria e le case coloniche.

Con una scusa nel pomeriggio prelevarono i due sposi e li portarono nella tenuta del nonno, e… oh meraviglia! Enormi tavolate con ogni ben di Dio, vini pregiati: Nero d’Avola, Duca di Salaparuta, Cerasuolo di Vittoria, Malvasia, Passito di Pantelleria, Lacrima Cristi, Marsala …, poi ancora Nocini, Karkadè, Elisir, Ratafià, Rosoli … dolci e dolcetti d’ogni tipo e piatti salati a volontà.

Le fanciulle e i giovanotti erano vestiti con i costumi tipici siciliani e all’arrivo degli sposi si aprirono le danze.

Si ballava di tutto, ma in prevalenza tarantella e mazurca .

Il vento portò al nonno profumi, riso e canti. Come un segugio seguì a fiuto gli odori e i suoni e si ritrovò nella sua aia vestita a festa, nel bel mezzo di una tarantella.

Si inibì: non sapeva più se ridere, piangere o dare in escandescenze … mentre ancora rifletteva un ragazzetto gli si avvicinò offrendogli un tamburello.

Sorrise e si unì alle danze.

Era una magica sera di Luglio e Rosellina ebbe il suo “Sogno di una notte de mezza estate”


Nota: I ricordi del matrimonio di mia madre hanno il supporto dei racconti che mi fecero Tessy e uno zio paterno.

La ninna nanna è un ricordo mio personale, mamma me la cantò fino la sera prima di morire.