lunedì 9 agosto 2010
Poetando... spennellando: La Noia
La Noia

Non desidero aspettare
o affrettarmi.
Sono vecchia e stanca.
E' morto il desiderio
dei miei bianchi profili
e di Ruth obbediente.
L'ironia
di queste donne sagge
e il richiamo
dei miei sogni
intessuti di fede acerba
bastano
a nutrire l'indifferenza.
La noia è in questo sasso
dove vive e muore
quel verme solitario.
Maria Savasta
Una poesia della mia adolescenza (15 anni circa) pubblicata dall'Editrice Letteraria Arpa -
Poeti e scrittori contemporanei - nel 1972 (qualche anno dopo)
Traduzione in Lingua Araba di Selma Bel Haj Mabrouk
أنا لا أحب الانتظار
أو الضغط.
عجوزة ومتعبة.
...والرغبات ميتة
ملامحي البيضاء
رحيمة ومطيعة.
غير أن سخرية
هذه النساء الحكيمات
ورجع صدى ذكريات احلام
غير ناضجة
منسوجة من الاعتقاد
أشياء كافية
لتقود إلى لامبالاة الميناءء
المقلق
أن هذا الحجر
يحيا ويموت
مثل دودة وحيدة
Il mio Spielberg...?!
Quasi...
L'ironia di queste donne sagge...
lunedì 14 giugno 2010
La Notte Tesso Tele

Nella vigna fiorita
il mio diletto
di baci m'ha imperlato
il collo,
gemme di poesia piovute
dai suoi labbri
s'adagiano lievi sulla coppa
del mio seno,
e stupita bevo
nettare di passione.
Ora voglio dirti
che non danzano le ore
e il nostro canto
tace.
La notte tesso tele
di parole,
malinconiche elegie
spedite al tuo cielo,
dalle stanze del mio silenzio:
tormentata attesa...
E disfa l'aurora
il mio desio.
12 – 06 - 2010
Qui es? Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia.
martedì 25 maggio 2010
Il tuo canto spezzò il chiavistello
quando i tuoi piedi
si fermarono alla mia porta,
e il tuo canto
spezzò il chiavistello
del mio amore:
“Come sei bella,
stella d’oriente
caduta
sul mio palmo.
Amica del mio tempo,
lava nelle vene
sussulto.
Mi hai stregato il cuore
mia bella;
al cielo hai rubato
gli occhi,
e messi di giugno
ondeggianti al vento
i tuoi capelli.
Nel castello della luna
violerò i tuoi sogni
per dipingerli
di prato e porpora,
e un'ala d'ardore mio
attaccherò al tuo
e nel fuoco voleremo
in eterne fiamme,
consumati”
giovedì 6 maggio 2010
Com’eri bello, leone guerriero!

Memento, In oscura gola
perduti
fra profumi d’umide rocce
e fiori di vento,
in imo d’Alcantara;
e mi hai unto, col tuo bacio
regina.
Com’eri bello, leone guerriero,
com’eri bello
negli antri deserti del fiume
in quell’ora di maggio!
Dolce albero fra amari limoni,
roccia in onde di rena ,
ferma torre su sbricia terra.
Nera seta di Cina i tuoi capelli,
spruzzi di luminoso stupore
sui tuoi cigli:
sospiro di fanciulle!
Forte il tuo braccio,
e il tuo verbo dolce al palato.
Ebbra bevo odorosi ricordi
di mosto e felci,
oceano e muschi.
Com’eri bello, leone guerriero,
com’eri bello!
mercoledì 5 maggio 2010
Cosette Miserabili
Morte di Rosellina
Ero ancora una bimba felice che viaggiava fra le nubi!
Io e mamma quando papà era di servizio in una stazione vicina, prendevamo un piccolo trenino sbuffante. Mamma contraria al panino imbottito, preparava un pasto caldo per papà e glielo portavamo. Il tragitto in treno era circa di tre quarti d’ora, e si attraversavano un paio di gallerie: sbarravo gli occhi in cerca della luce, e mamma mi stringeva a se dicendomi di non aver mai paura: “io sono sempre con te”, mi ripeteva.
Poi tutte e tre in un angolo appartato, nell’ora libera di mio padre pranzavamo.
I ricordi dei nostri pranzi, mi fanno ancora soffrire: di certo ero una bimba egoista e golosa; svelta di mano vuotavo il mio piattino e con lo sguardo furbetto toglievo il cucchiaio o la forchetta a mia madre e in un batter d’occhio spazzolavo tutto ciò che c’era nel suo piatto.
Lei mi guardava ridendo e mi lasciava fare: non mi accorgevo che aveva mangiato pochissimo.
Papà era distratto.
Di ritorno a casa attraversavamo il Corso Matteotti, la via più importante del paese; lì proprio a metà strada c’era un negozio grandissimo e luminoso, col pomposo nome “Gran Bazar” e lo era veramente! C’era di tutto, i bambini come i muli si fermavano e non c’era verso di farli andare avanti.
Le donne sfogliavano belle stoffe colorate, o compravano trucchi e belletti, gli uomini trovavano i sigari dell’avana, cartucce da caccia, carte da gioco, liquori pregiati ecc., non mancavano oggetti dei desideri adatti a tutti: ninnoli, suppellettili, ombrelli, occhiali, lampade, ventagli, spezie varie, utensili da cucina e per il “fai da te” … e per i piccoli era l’Eden: caramelle e leccornie d’ogni tipo, giocattoli meravigliosi: bambole dallo sguardo stupefatto, casette per le pupe, vestitini in miniatura, cavallini a dondolo, pistole e fucili, cinturoni da caw boy, maschere di Zorro ecc..
Ma quello che colpiva la mia fantasia e desideravo con tutta l’anima era la trottola; ce n’erano di tutti i gusti: di legno piccole e grandi, colorate, con la luce, e altre grandi che quando giravano oltre ad illuminarsi suonavano una bella musichetta.
Misi in croce mamma perché mi comprasse la trottola, ogni volta che passavamo dal Gran Bazar, anch’io mi impuntavo e non volevo andare avanti, volevo la trottola di legno quella con il chiodo sotto, non m’importavano tutte le altre trottole eleganti e costose: volevo quella!
Spesso in piazza o sul marciapiedi vedevo i maschietti giocare con la trottola di legno, vi avvolgevano lo spago e la lanciavano, alcuni la prendevano fra le dita e continuava a girare, la posavano in terra e quella ancora girava: una meraviglia!
Facevano fra di loro delle vere e proprie gare ed io li ammiravo moltissimo.
Ricordo che un giorno, avevo giusto due anni e mezzo, eravamo a metà giugno, per la precisione il 13, mamma mi lasciò da Tessy e al ritorno mi fece una bellissima sorpresa: a tavola accanto al mio piatto c’era un pacchetto tutto colorato.
Mi brillarono gli occhi.
“E’ tuo, per il tuo mezzo compleanno “ mi disse mamma abbracciandomi. Infatti quel giorno finivo i miei due anni e mezzo.
“Quando compirai tre anni, faremo una bellissima festa”
Ogni tredici di mese mamma aveva un pensierino particolare, ma quel giorno fu’ molto particolare, quasi una vera festa, anche se eravamo solo noi due.
Forse le madri parlano con gli Angeli, forse nel suo inconscio sentiva che per il mio terzo compleanno nessuno si sarebbe ricordato della sua piccola Luce.
Chissà, il suo cuore avrà avuto come una premonizione e prima d’andarsene volle festeggiare con me, il mezzo compleanno …!
Scartai con cura il regalo, e … oh meraviglia! La trottola più grande e più bella quella che si illuminava e suonava era emersa come una Dea fra le onde di carta.
Sgranai gli occhi, la delusione fu grande: non era la mia trottola di legno con il chiodo appuntito sotto e la cordicella che si attorcigliava attorno, e poi saltava e saltava, girava e girava, si nascondeva e ancora girava …!
Non volevo far capire niente a mamma che adoravo, ma lei se ne accorse subito. Mi prese in braccio “mia piccola Luce, la trottola di legno è troppo pericolosa per i bambini piccoli; il chiodo appuntito può fare tanto male se non si sta’ bene attenti. Questa è adatta alla tua età, ti prometto che quando sarai più grande ti comprerò la trottola di legno. Intanto vieni”, e mi portò nella mia stanzetta.
Vicino alla culla c’erano tre vestitini estivi stupendi: uno bianco e rosa, uno azzurro, e l’altro lillà, con il corpetto ricamato a punto smoking e le maniche corte a sbuffo; un incanto! Naturalmente ogni vestitino aveva abbinato un bel nastro per capelli e le calzine corte dello stesso colore.
Come per magia la mia delusione svanì come neve al sole, ero felicissima ! Li volevo indossare subito e cominciai a cinguettare felice, saltellavo girando attorno ai vestitini, li accarezzavo, li stringevo al petto. Già m’immaginavo come sarei stata bellina ed elegante con le braccine scoperte e i vestitini colorati che danzavano ad ogni mio passo !
Sì, erano proprio belli ed io ero una bambina fortunata.
Tornammo a tavola per festeggiare il mio metà-compleanno, vidi la grande e bella trottola tutta colorata abbattuta su un lato e mi sembrò infelice, mi sentii in colpa, la presi e ma la strinsi al petto.
Mi accorsi che era bella e se la premevo di sopra, anche lei girava e girava.
D’allora fu la mia fedele compagna di giochi e l’unico giocattolo che con me entrò in orfanotrofio alla morte di mamma, visto che lo tenevo sempre con me o dentro la culla.
Finimmo il nostro pranzo con il dolcetto finale e al mio solito spolverai anche il piatto di mamma che stanca aveva appoggiato le sue posate sul tavolo. Eravamo sole, mamma aveva preparato a sufficienza anche per papà o se si voleva fare il bis; ma lei non si servì di nuovo, non mi accorsi che aveva mangiato pochissimo.
Papà non c’era ; lo aspettammo a lungo, rientrò nel pomeriggio.
Mamma aveva lo sguardo di una ‘Mater Dolorosa’
Solo dopo la sua morte un giorno sentii il medico dire a proposito della morte di mia madre: “era prevedibile, troppo anemica, denutrita e fragile, pensava troppo agli altri e mai a se stessa. Sono certo che non mangiava a sufficienza”
Mi sentii morire pensando che io e solo io le toglievo il cucchiaio di mano per finire la sua minestra! Ero io la causa della sua morte. Se l’avessi lasciata mangiare mia madre sarebbe viva!
E piangevo.
Mi sentivo l’assassina di mamma.
Il giorno della mia prima confessione, avevo da poco compiuto quattro anni, alla domanda del parroco “che peccati ricordi?” risposi: “mamma è morta per colpa mia, mangiavo la sua minestra e lei restava digiuna”; era la prima volta che confidavo il mio segreto a qualcuno, ma non mi sentii affatto consolata nemmeno dopo che il buon Prete cercando di tranquillizzarmi, mi disse che io non c’entravo per nulla.
Ma io continuai a rodermi l’anima, perseverando a confessarmi sempre lo stesso peccato, non sentendomi perdonata. Ovviamente non era Dio a dovermi perdonare un peccato inesistente, ma dovevo essere io a risanare la mia memoria.
La vita cresceva prepotente dentro di lei, mamma era sempre più stanca e non andavamo tanto spesso alla magica fonte; continuava da abbracciarmi e a tenermi sulle braccia con amore, ma spesso era così affaticata che con me sulle braccia, il suo passo rallentava.
Un episodio che si fissò indelebilmente nella mia memoria, risale ad uno degli ultimi giorni prima della sua morte; mamma ed io uscimmo per andare da una sua amica a fare due chiacchierelle all’ora del tè; io stavo appollaiata sul suo seno con le braccia avvinghiate al collo, incontrammo una paesana che guardando con commiserazione mia madre, le disse:
“Rosellina, nelle tue condizioni porti in braccio la bimba! Scendila, ha le sue gambette, è sana e forte, può camminare benissimo da sola”.
“Lascia stare, non pesa” rispose dolcemente la mamma.
Io per la prima volta in vita mia provai un sentimento di rabbia, molto simile all’odio.
Se avessi potuto avrei incenerito con lo sguardo quella donna, eccome se l’avrei fatto!
E mi strinsi alla mamma ancora più forte.
Una dolce mattina di metà settembre, mamma pallidissima mi disse, “vai da Teresa (era la sua vicina e amica del cuore) e chiamala subito”, capii subito che qualcosa di grave stava succedendo e uscii urlando “Tessy … Tessy … Tessy …”
L’amica del cuore di mia madre mi prese in braccio e da lontano vidi Donna Liberata che con la sua carrozzina spinta dalla servetta si dirigeva verso casa mia.
Restai dalla vicina per mezza giornata circa, finché non mi riportarono a casa.
Non riconobbi subito il mio ambiente: mamma era in uno strano letto e dormiva, vestita col suo abito bello, quello della festa.
Rosellina era morta di parto, dando alla luce la sua seconda figlia: la mia piccola sorella.
Mio padre passeggiava nervoso fumando una sigaretta dopo l’altra, tutt’intorno urla e lamenti.
Mi accorsi che le buone vicine e zia Marella, oltre a tirarsi i capelli e a fare il lamento, litigavano fra di loro tirandosi dalle mani tutte le cose belle di mamma: aprivano e chiudevano i cassetti, si divisero a sorteggio oro e argenteria, e il meraviglioso corredo di lino, seta, bisso e cotone damascato se lo tiravano dalle mani cercando ognuna di accaparrarsi il pezzo più pregiato, fermandosi urlando non appena si accorgevano che qualcuno della famiglia si avvicinava a loro Proprio vero il detto “la dove c’è il cadavere ci sono gli avvoltoi”!
Svaligiarono tutta la casa con la complicità di zia, perché lei si prese tutte le cose più belle, compreso il meraviglioso collier e l’anello col solitario, lasciando alle prefiche il resto; così tutte colpevoli avevano ogni interesse a tacere e a coprirsi l’una con l’altra; e nella casa vuota restò solo mia madre nella prima stanza, quella del salotto-soggiorno, con i suoi fiori e le candele accese come si fa con i santi.
Qualcuno si incaricò di portare subito la piccola appena nata, battezzata in fretta e furia con il nome di Grazia Donata, in un brefotrofio di Siracusa, perché non si trovava una nutrice, altrimenti sarebbe morta anche lei.
Quel triste giorno di metà Settembre finì la mia infanzia: avevo due anni e nove mesi.
giovedì 22 aprile 2010
Cosette Miserabili - Romanzo

Capitolo II° Parte I°
Ninna nanna di Brhams
Cantava la mamma col suo fantolino in braccio: era felice! ero la gioia del suo cuore, la sua Luce, “luce dei miei occhi, luce del mio cuore, luce della mia vita, luce dei miei giorni, luce della mia notte, …” ripeteva stringendomi al cuore.
Adattò come ninna nanna un canto natalizio di Brhams, e cullandomi fra le braccia cantava sottovoce:
“Ninna nanna mio ben riposa seren
dormi dormi così fino al sorger del dì
Quando l’alba verrà sorgerai dal lettin
se il Signor lo vorrà sorgerai o bambin.
Ninna nanna mio bel riposa seren
un angiol del ciel ti vegli fedel.
Una santa vision faccia il sol irradiar
Una dolce canzon possa i sogni cullar.
Buona notte piccin riposa carin
Riposa tranquil bambina gentil …
Alcune pie vicine, beghine col fazzoletto in testa e la corona in mano, si scandalizzarono sentendo le nenie della mamma:
“Rosellina, non devi cantare così, è eresia, fai peccato. Questa è la canzone che la Madonna cantava a Gesù Bambino, nessuno può cantarla: è riservata a Gesù e Maria.”
Piuttosto impara questa: è la ninna nanna che da sempre hanno cantato le nostre donne:
“ninna nanna ninna oh
fai la ninna, fai la oh,
picciridda do me cor
ninna nanna ninna oh.
E se tu nun voji durmiri
cauci e pugni
‘sa quantu ‘n’aviri.
E ‘naviri cincucentu
figghia d’oru
e figghia d’argentu”
Il secondo Battesimo, quello canonico, (il primo l’avevo già avuto al momento della nascita visto che stavo per morire) fu rimandato perché i miei futuri padrini, dei nababbi amici del nonno materno, erano residenti in Libia e si aspettava che venissero al paesello per il grande evento.
Parte II° - Fra una danza e una tarantella
Il nonno, da tutti riverito e onorato era conosciuto come “Don Vicenzu” abbreviazione siciliana di “Don Vincenzo” datagli dai mezzadri in segno di rispetto, era rigoroso e freddo in famiglia e con i suoi subalterni. In compenso la sua cantina traboccava d’ogni ben di Dio: salumi, formaggi, olio, legumi, fichi secchi e uva passa, conserve varie ecc., ecc.. Nonno era ricchissimo e si sentiva un semi-Dio: tutti dovevano fare il suo volere!
Nonno faceva parte dei notabili che ogni paese che si rispetti ha: il Sindaco (per l’appunto il nonno), il Canonico, il Medico, il Farmacista; questi erano l’intellighentia.!
Don Vicenzu era l’Autorità incontrastata: ricco sfondato, Epulone del suo tempo, eletto sindaco in ogni legislatura, amava la poltrona e il potere, la pensava esattamente come il famoso eterno politico italiano che dice: “il potere logora chi non ce l’ha”
Il Canonico, un metro e cinquanta di Fede e di dubbi, sembrava un birillo nero rotondetto che camminava rotolando. Era buono: ligio al suo dovere , pronto a dir messa la mattina e alle benedizioni vespertine; non si faceva pregare a correre presso i moribondi e andava in sollucheri quando celebrava matrimoni e battesimi.
Non credeva ai mistici e alle visioni, se qualcuno gli confidava d’aver visto la Madonna si innervosiva e rispondeva così : “hai fatto indigestione?!” o se l’anima eletta era troppo macilenta gli diceva: “figlio mio, fai troppi digiuni, vedi di riempirti la pancia e questi malesseri (sottinteso,visioni) passeranno.
‘Mai che un predicatore
avesse il grugno
di dire."Io non ho
per voi certezze,
ma di fragili speranze
solo un pugno". Gilberto Fanfani’
La messa mattutina era l’ideale per soddisfare il precetto, e la carne della sua carne era preservata da sguardi impuri e desideri licenziosi.
Il medico Costante, come già abbiamo visto era sempre irreperibile: amava la caccia e il buon vino rosso, e la sera al ‘Circolo Culturale’ non mancava per infinite giocate a carte e alzate di bicchiere.
Il farmacista Raffaele aveva l’aria dell’asceta, alto e magro, silenzioso, conosceva una sola parola ’benedicite’ che dispensava generosamente alla plebe ossequiante. Stava quasi sempre sul retro della farmacia con le sue ampolle e alambicchi a preparare miracolosi rimedi.
Questi i quattro Cavalieri del glorioso Kars da tutti riveriti ed ossequiati.
In secondo piano nel rispetto popolare venivano: il Maresciallo, il Bancario, l’Esattore, l’Assicuratore.
Per ultimi venivano gli Insegnanti.
Mia madre fu la delusione della vita di suo padre: aveva investito su di lei facendola studiare nel Collegio più prestigioso di Catania, riservato a ricche signorine figlie di buona famiglia, dove oltre la letteratura e le scienze matematiche, filosofiche e fisiche si studiava anche musica, canto, danza e buone maniere; il galateo era libro di testo!
Rientrava a casa a Natale, Pasqua e nel periodo estivo per trascorrere le vacanze in famiglia.
Nonno Vincenzo aveva promesso in sposa la sua Rosellina piccolina d’altezza, ma bella ed intelligentissima, ad un ricco farmacista di un paese vicino, più grande di lei di circa vent’anni, ma con un carattere dolce e buono e proprietario di terre, ville e appartamenti sparsi un po’ dappertutto nell’isola e su in continente.
Aveva circa tredici anni quando mamma conobbe il fidanzato scelto per lei dal padre. Cominciò a scrivergli biglietti e letterine che, come sperava il nonno dovevano essere d’amore, erano invece educate e amichevoli.
Finì con l’affezionarsi al promesso sposo, ma senza passione; passava le estati e le feste ospite dei genitori di lui nella villa di villeggiatura immersa nel verde.
Fino a diciotto anni, quando completò i suoi studi e la sua educazione nell’esclusivo collegio per ricche signorine, la sua vita trascorse serena: era una fanciulla fine, senza grilli per la testa, un gioiellino di cui essere fieri.
E il nonno lo era: l’amava totalmente, le aveva fatto da padre e da madre, visto che sua madre, cioè mia nonna, seconda moglie del nonno, era morta dandola alla luce.
Nonno non si risposò più ed ebbe per lei tutte le cure e attenzioni paterne e materne; pensò anche al corredo fatto arrivare appositamente dalla Francia e da Firenze.
Per le trine e i merletti scelse i più costosi e pregiati: il merletto d’Alençon (Francia), il Cantù e il tombolo da Venezia.
Sapienti ricamatrici creavano poi capolavori applicando le trine alla seta, al lino finissimo, al bisso.
Senza considerare le meravigliose tovaglie e i coprilètto damascati rifiniti in frivolitè o macramè.
Don Vincenzo realmente pensò a tutto, il corredo di Rosellina era l’invidia e l’ammirazione di tutte le fanciulle da marito e delle loro madri.
Quando compì diciotto anni, nonno con l’aiuto delle signore mogli dei contabili del paese, organizzò per la figlia una magnifica festa per il suo ingresso ufficiale nella società.
Naturalmente era invitato il giovane (si fa per dire, visto che aveva trentotto anni) farmacista fidanzato di Rosellina.
E …, il diavolo ci mise la coda. Quella sera fra una danza e una tarantella mamma conobbe mio padre, e fu amore a prima vista!
Prima si incontrarono i loro sguardi, poi i loro cuori palpitarono all’unisono, in fine furtivamente si unirono le labbra.
Il farmacista Melilli li guardava da lontano tormentandosi l’anima.
I due ragazzi si appartarono per presentarsi e conoscersi meglio. Mio padre era bello come un dio greco: alto (un metro e ottantadue), biondo dorato, occhi verde-azzurri, cangianti secondo il tempo e l’umore; quando si adirava le sue iridi diventavano plumbei e mandavano bagliori come un cielo in tempesta.
Mamma era una miniatura: piccola di statura (un metro e cinquantacinque circa), ma ben formata e con un ovale da madonna, sembrava una statuina di porcellana, i suoi occhi erano ambrati e i capelli castano chiari lunghi e inanellati.
Una bella coppia, niente da dire.
Flavio raccontò alla piccola Rosellina le sue avventure; già da qualche anno si trovava a Kars, giovanissimo quasi alla fine della guerra era stato chiamato alle armi, ma subito fatto prigioniero dai tedeschi e deportato in un campo di concentramento.
Vi restò per sei mesi circa patendo fame e freddo, nel frattempo con altri due italiani organizzarono la fuga che poi fortunosamente riuscì: erano terrorizzati e ad ogni minimo rumore si nascondevano nelle cunette o fra i cespugli.
Uno di loro morì per strada di fame, freddo e forse polmonite, perché scottava e aveva problemi di respirazione. Lo seppellirono alla buona e continuarono il loro cammino.
Arrivarono in Italia dopo un paio di mesi di peripezie, il suo compagno cercò subito le autorità militari, ma trovò il caos. Papà preferì tornare in Sicilia, ma nel timore d’essere accusato di diserzione, non andò da sua madre, ma venne a Kars cercando rifugio e protezione.
Era magrissimo, sporco e malconcio; nonno lo accolse come un figlio,lo fece curare e poi gli offri di lavorare per lui assieme ad altri mezzadri nelle sue tenute.
Egli accettò riconoscente e, visto che aveva studiato divenne presto ‘Amministratore’ e uomo di fiducia del nonno.
Ormai la guerra era finita da oltre tre anni in tutta Italia, ma Flavio trovandosi bene, era rimasto.
“Avevo sentito parlare di te, ma non ti avevo mai vista. Dicono che sei quasi sempre a Catania per i tuoi studi”
‘Sì, è vero, ma ora li ho completati e sono tornata per sempre’
“dicono che sei fidanzata”
‘si, è quell’uomo li in fondo; l’ha scelto papà: è farmacista.’
“lo ami?”
‘Non so … gli voglio bene. E’ molto carino con me e i suoi genitori mi adorano.’
Mamma si innamorò perdutamente di mio padre, perse letteralmente la testa per lui. Mio padre bello ed aitante era corteggiato e conteso da tutte le fanciulle, ma lui si sentì scelto e prediletto da Rosellina visto che era la figlia del suo capo, nonché sindaco del paese.
Cominciarono a frequentarsi di nascosto di tutti; Rosellina prendeva la sua bicicletta e quando sapeva che non c’era suo padre andava da Flavio.
Così per un paio d’anni. Finché suo padre decise che era ora che sua figlia andasse sposa, era sui vent’anni e gli sembrò un’età ragionevole, anche perché non voleva far invecchiare troppo il farmacista Saro Melilli.
Iniziarono i preparativi, Rosellina si disperò. Flavio senza nessun preavviso fece armi e bagagli e partì. Doppio dolore per la fanciulla. Suo padre come tutti i genitori, malgrado qualcuno chiacchierasse in paese, non s’era accorto dell’amore impossibile di sua figlia per Flavio.
Quando questi scomparve si adirò molto sentendosi tradito nella fiducia.
Rosellina sembrò impazzita: tutti i giorni correva alla fermata dell’auto sperando di vederlo comparire, guardava speranzosa tutte le macchine dei forestieri di passaggio da Kars, col desio di veder scendere Flavio, chiedeva al postino se ci fossero lettere per lei, supplicandolo eventualmente di dargliele lontano da occhi indiscreti, specialmente da quelli di suo padre … ma fu tutto inutile: Flavio sembrava scomparso nel nulla.
Mamma perse il sonno e la fame, finché dopo tre mesi d’agonia, visto che il tempo del suo matrimonio s’avvicinava e non avendo il coraggio d’affrontare suo padre e Saro il farmacista, un pomeriggio fece un colpo di testa: prese la corriera e andò a Siracusa a cercare il suo amato.
Lo trovò, la famiglia di Flavio era molto conosciuta e le indicarono subito la sua casa patrizia.
Parte III° Festa di mezza estate
Considerando il periodo in cui avvennero i fatti (inizio anni ’50) in cui l’Italia si stava riprendendo lentamente dalla guerra, ma era ancora con una mentalità bigotta e puritana pronta al giudizio e alla condanna; Rosellina dimostrò fegato e coraggio da vendere, sfidando le ire del padre e le malelingue del paese.
Flavio quando se la vide dinanzi; prima impallidì, poi arrossì di rabbia.
“E tu che ci fai qui?!”
La fanciulla si sentì ferita a morte, lo guardava interrogativamente … finché lui nel vedersela davanti così giovane, bella, innamorata e disperata si sgelò e se la strinse al cuore.
Dopo aver amoreggiato con lei senza però conoscerla biblicamente, Flavio portò Rosellina nel più bell’albergo della città, e l’indomani mattina la riaccompagnò a Kars.
Nonno era in condizioni pietose, era stato ad un pelo di un colpo apoplettico ed aveva già denunziato la scomparsa della figlia.
Nel vedersela davanti quasi si strozzò, mia madre buttandogli le braccia al collo gli disse:
“Papà lo amo, lui è mio marito.”
“Non l’ho sfiorata nemmeno con un dito, ma la amo anch’io.” Replicò lui.
Nonno Vincenzo era distrutto; informò il farmacista Saro Melilli che il fidanzamento con sua figlia era andato a monte e pretese subito dai ragazzi il matrimonio riparatore.
Così Rosellina e Flavio, dopo meno di un mese dalla ‘fuitina’ di lei, si sposarono alle 6 di mattina, senza fiori, senza canti, senza invitati, senza luci.
Questa era la punizione che la mentalità meschina dell’epoca riservava ai figli ribelli.
Ma mia madre era felice: quando entrarono in chiesa, così giovani e innamorati, le ombre si dileguarono e la loro bellezza illuminò le tetre navate della Madrice.
Nonno era troppo adirato e non organizzò nessuna banchetto di nozze per la figlia, ma la amava e le diede l’appartamento arredato e il suo prezioso corredo, quindi per smaltire la sua rabbia, armatosi d’amo ed esche andò a pescare trote e tenche al fiume Anapo che attraversava le sue tenute.
Ma non aveva fatto i conti con i notabili del paese: le loro mogli e i mezzadri con le loro donne che adoravano la piccola Rosellina e a sua insaputa organizzarono una magnifica festa banchetto in campagna nell’aia vicino la fattoria e le case coloniche.
Con una scusa nel pomeriggio prelevarono i due sposi e li portarono nella tenuta del nonno, e… oh meraviglia! Enormi tavolate con ogni ben di Dio, vini pregiati: Nero d’Avola, Duca di Salaparuta, Cerasuolo di Vittoria, Malvasia, Passito di Pantelleria, Lacrima Cristi, Marsala …, poi ancora Nocini, Karkadè, Elisir, Ratafià, Rosoli … dolci e dolcetti d’ogni tipo e piatti salati a volontà.
Le fanciulle e i giovanotti erano vestiti con i costumi tipici siciliani e all’arrivo degli sposi si aprirono le danze.
Si ballava di tutto, ma in prevalenza tarantella e mazurca .
Il vento portò al nonno profumi, riso e canti. Come un segugio seguì a fiuto gli odori e i suoni e si ritrovò nella sua aia vestita a festa, nel bel mezzo di una tarantella.
Si inibì: non sapeva più se ridere, piangere o dare in escandescenze … mentre ancora rifletteva un ragazzetto gli si avvicinò offrendogli un tamburello.
Sorrise e si unì alle danze.
Era una magica sera di Luglio e Rosellina ebbe il suo “Sogno di una notte de mezza estate”
Nota: I ricordi del matrimonio di mia madre hanno il supporto dei racconti che mi fecero Tessy e uno zio paterno.
La ninna nanna è un ricordo mio personale, mamma me la cantò fino la sera prima di morire.